La “Coalizione dei Volontari”, un’“Alleanza di Ripiego”
Se la “Coalizione dei Volontari” è stata concepita in chiave anti-russa e come garanzia di sicurezza pro-ucraina in vista di un accordo di pace in Europa, la logica del sistema internazionale e lo spostamento del centro di gravità del potere mondiale verso l’Indo-Pacifico avrebbero dovuto consigliare a Parigi, Berlino e Londra di avvicinarsi a Mosca. Lo scopo è dominare gli sconvolgimenti a venire in almeno tre dimensioni: Europa–Vicino e Medio Oriente–Golfo, Maghreb e Africa. Senza dimenticare i nuovi concatenamenti di difesa dell’alleanza sunnita tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, pronta a confrontarsi con gli Houthi e a impadronirsi dello Stretto di Bab el-Mandeb.
La “Coalizione dei Volontari” nasce già ipotecata dalla tutela degli Stati Uniti, da cui vorrebbe emanciparsi, e da un’ostilità interna di diversi paesi europei. Ispirata da un leader europeo sconfessato, Keir Starmer, e da Emmanuel Macron, contestato all’interno di una Francia sull’orlo di una guerra civile, quale è la sua credibilità come forza di interposizione, se viene percepita come forza di provocazione?
Natura dell’iniziativa
L’iniziativa, resa pubblica al vertice di Londra sull’Ucraina del 2 marzo 2025, non è neutrale, ma mira a rafforzare il sostegno europeo all’Ucraina in un contesto di instabilità politica. Il suo scopo è dunque stabilire un quadro diplomatico e militare per assicurare una pace durevole nel conflitto russo-ucraino.
In una conferenza stampa successiva al vertice di Londra, Starmer ha presentato i quattro elementi chiave della coalizione:
- Impegno a mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina aumentando al contempo la pressione economica sulla Russia attraverso sanzioni e altre misure.
- Affermazione che ogni accordo di pace durevole deve garantire la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina, e che quest’ultima sia presente a tutte le negoziazioni di pace.
- Impegno a rafforzare le capacità militari difensive dell’Ucraina “dopo” ogni accordo di pace al fine di dissuadere eventuali future invasioni.
- Sviluppo di una «coalizione» composta da diverse nazioni pronte a difendere i termini di un accordo di pace.
Starmer ha sottolineato che le nazioni europee dovrebbero assumere la responsabilità principale dell’iniziativa e che l’accordo richiederebbe il sostegno degli Stati Uniti e il coinvolgimento della Russia.
Precisazioni successive entrano nella definizione delle condizioni sul terreno, secondo le quali:
- L’istituzione di un meccanismo di sorveglianza del cessate-il-fuoco sarà sottoposta alla direzione degli Stati Uniti.
- Il sostegno alle forze armate ucraine farà di queste ultime la prima linea di difesa e di dissuasione.
- Il proseguimento della costituzione di una forza multinazionale per l’Ucraina, sui mari, nei cieli e a terra, farebbe dell’Ucraina una forza di rassicurazione il giorno dopo il cessate-il-fuoco e sulla linea di contatto.
Si constata che 28 dei 32 Stati membri della NATO fanno parte della coalizione; le eccezioni sono gli Stati Uniti, l’Ungheria, la Slovacchia e la Macedonia del Nord.
Osservazioni diplomatiche e richiami storici
Una prima constatazione salta immediatamente agli occhi: la predominanza delle condizionalità e il sostegno essenziale degli Stati Uniti, esclusi dalla partecipazione, nonché il coinvolgimento della Russia come potenza avversaria. Non sembra esistere molto margine di manovra agli europei per convincere, né molti precedenti diplomatici per riuscire; e non hanno neppure, in Occidente, leader credibili in grado di condurre gli imprevisti di una diplomazia segnata dal sigillo del segreto, quando, al contrario, l’appello allo sguardo delle opinioni e alle scadenze elettorali è una garanzia preziosa per la politicizzazione dello spazio pubblico. Questo spazio è segnalato d’altronde dalla predominanza dei problemi interni, nonché dal difetto di passioni popolari imperiose.
Starmer, Macron e Merz e la fine del dialogo con Mosca
Considerando il ruolo dei tre attori maggiori della coalizione – Starmer, Macron e Merz – l’obiettivo rispettivo dei tre mostra bene che la diplomazia europea ha voltato le spalle a ogni opzione di dialogo con Mosca. Infatti l’iniziativa della coalizione non lascia presagire alcuna finestra di opportunità per riprenderlo.
In fondo alla sua posizione, Starmer vuole togliere definitivamente alla Russia lo status di grande potenza, avendo perduto la “guerra fredda”, e vuole ristabilire una politica di equilibrio, conformemente ai precetti di David Hume, nel caso in cui occorra regolare un conflitto locale con un grande conflitto regionale, o addirittura mondiale. Apparve subito, alla conferenza di Londra, che Starmer, allora capo del Labour alla Camera dei Comuni al servizio di un monarca di transizione, voleva avvicinarsi all’Unione Europea, dieci anni dopo la Brexit, consapevole della carenza generale del principio di legittimità in Europa, e intendeva perpetuare così un’alleanza dello “status quo”, sotto bandiera americana, tra democrazie alla deriva.
Tra i tre, Starmer, britannico archetipico, incarnava lo spirito freddo e determinato dell’Oceano; Macron l’immaginazione volubile dei cieli agitati dal vento atlantico; e Merz lo spirito di ragione delle pianure del Nord, dense di nubi e di sentimenti contrastanti. Starmer era il più determinato dei tre e Macron il più aleatorio, odiato nell’Esagono e in partenza, desideroso di essere incoronato di un alloro; Merz, preoccupato di una coalizione interna poco solida e osservato in tutte le sue espressioni, era come i condannati in sospensione di pena, appena usciti di prigione.
Bisognava trovare un punto comune a queste tre forze, solide, intrepide e dominatrici, che la natura aveva accordato a ciascuno di questi paesi nel corso della storia, e quel punto comune fu identificato nella volontà: una coalizione di volontari, censiti ad amministrare la necessità, sotto la minaccia supposta della Russia. Ma senza entusiasmo né empatia.
Questi tre Consoli della Repubblica europea presero coscienza che la carta del continente si era modificata radicalmente e che quella dell’America l’era stata anch’essa, in un mondo a tre grandi poli di potenza. L’Europa era diventata un Titanic, a rischio di naufragio al primo iceberg dell’Atlantico, e quell’iceberg si chiamava molto chiaramente Ucraina, vagante tra le due parti del continente, l’est e l’ovest. Un glaciale disparato, coagulante corruzione e tirannia, menzogna di Stato e mafie organizzate, senza unità territoriale e senza coesione etnica, né socialista né liberale, né parte della Duma di Mosca, né accettata di buon grado nel “Concerto europeo”, rifiutata dalla NATO e in litigio permanente con tutti i suoi vicini, tenuta in stato di perfusione finanziaria permanente per una rianimazione senza speranza: l’Ucraina non chiedeva che una coalizione dei volontari le evitasse l’umiliazione della sconfitta, perché Zelensky aveva scoperto che la prosecuzione del conflitto gli permetteva un’ultima risorsa, la strategia del terrore.
Nella nuova carta del mondo, gli Stati Uniti, entrati in una danza di tutti i pericoli nel Vicino e Medio Oriente, Golfo e Penisola arabica, stanno scoprendo la storia della fine dei grandi Imperi e che l’alleanza con Israele li conduce sul cammino mitico del Pentateuco. Il presidente Trump, avendo cura di non umiliare gli europei, ma soltanto di intimidirli, al fine di avvicinarsi a Putin, aguzza la rivalità di Xi Jinping in Giappone e nel periplo del Pacifico e del sud-est asiatico.
Il “Vertice di Londra” e la “piccola intesa” europea a tre poli
Si vede così delinearsi, in questa fine d’anno 2026, un grande tentativo d’intesa, che prelude ai tempi bui della storia, tra l’Egemone e l’Europa centrale e orientale, l’insieme dei BRICS tentati dal multipolarismo – che non è egualitario e non elimina le gerarchie di potenza – e i paesi del Rimland dispersi nell’immenso spazio che va dal Pacifico Nord all’Oceania.
Alla periferia dell’Emisfero nord, in quello che fu il centro decisionale del mondo, sulle rive del Tamigi un tempo imperiale, il Vertice di Londra ambisce a ridisegnare un nuovo sistema diplomatico europeo, una sorta di “piccola intesa” a tre poli – Parigi, Londra e Berlino – facendo ostacolo al principio di spartizione, in Europa, tra l’America e la Russia. Una Leadership collegiale sostituirebbe allora in termini di sicurezza il grande triangolo del mondo di Washington, Mosca e Pechino, costruito su un edificio di fiducia e di forza da trent’anni. Alla sua centralizzazione politica e nucleare globale e alla sua credibilità operativa e dissuasiva, potrà succedere una decentralizzazione europea contraddittoria e poco credibile?
Macron, come Starmer e Merz, viene alla diplomazia dalla politica e non sa dominare i grandi insiemi se non con la parola, ma comprende che la diplomazia, presa in sé stessa, non può grande cosa. Ecco perché è sedotto dall’importanza della strategia e della guerra, di cui non possiede né la grammatica né la logica. Obbedisce invece, intuitivamente, a una mistione di globalismo e di democratismo alla Davos, il cui modello antico fu la Santa Alleanza, e, di fronte alle avversità, tenta rivolgimenti in Europa, senza poterli evitare in Africa, nel Vicino e Medio Oriente o a Mayotte; e per far ciò abbraccia la garanzia d’insularità di Starmer, deluso del “grande largo”, e si preoccupa del riarmo della Germania, che vuole integrare in sottordine alla strategia nucleare della Francia.
In questo contesto, l’Alleanza dei volontari appare come il laboratorio avanzato di una revisione diplomatica di portata europea e mondiale. Su un fondo più politico e personale, quello delle ambizioni di decisore e di guerriero, Macron, squarciato tra gli estremi del paesaggio geopolitico europeo, vuole ripudiare ogni diplomazia di pace e incoraggia il ricorso alla fermezza. Prepara, senza troppo nasconderlo, una bara già piombata per ogni ripresa della negoziazione e non si cura affatto della retorica della “coppia franco-tedesca”. Ostinato e poco sottile, appare sordo agli interessi legittimi del Mittellage (i vincoli della centralità), che avevano condotto alla Sonderweg (la via solitaria del Reich), nel corso delle incomprensioni e tensioni del periodo tra le due guerre, inerenti all’applicazione delle clausole di Versailles.
Così e in posizione di maggiore difficoltà, Joachim Merz, di fronte all’ipotesi di un confronto euro-russo, deve coniugare tre politiche: una “politica di ragione” alla Stresemann degli anni 1920/30; una politica revisionista e bellicista alla von der Leyen (UE) e Rutte (NATO), con un bilancio rafforzato per il riarmo della Bundeswehr; e, per finire, una politica di “grande potenza economica” con la Cina, al fine di conservare il suo status di paese industriale e manifatturiero.
Per coloro per i quali le evidenze sono iscritte nei bilanci della difesa, le spese militari della Germania si eleveranno a 153 miliardi di euro all’anno e all’orizzonte 2039 la Bundeswehr disporrà della forza convenzionale più potente d’Europa. La situazione, vista da più vicino, ci dice che la Germania già dal 2027 destinerà alle sue forze armate quasi il doppio dei crediti della Francia (il bilancio della difesa della Francia per il 2026 ammonta a 57,1 miliardi di euro). Il bilancio della Bundeswehr raggiungerà poi 183,7 miliardi di euro nel 2035, ben prima della scadenza del 2035 fissata dal rispetto dei criteri della NATO. Secondo gli esperti, il bilancio francese del 2026 valida già un passaggio definitivo della Francia verso una preparazione ai conflitti maggiori.
Per coloro per i quali la sicurezza di un paese è iscritta nella sua geografia e nella sua storia, il Mittellage (“la posizione centrale”) designa la situazione geografica della Germania al cuore dell’Europa, il che implica una forza economica maggiore attraverso gli scambi Est-Ovest e una vulnerabilità strategica di accerchiamento tra le potenze vicine. Ora le difficoltà della Germania di ieri e di oggi sono determinate dal fatto che il modello della politica di alleanze di ieri ha condotto l’Europa all’abisso e la politica integrazionista dell’Unione europea non ha saputo elaborare un modello alternativo né fare della diplomazia uno strumento di gestione delle crisi e di negoziazioni internazionali. L’Unione europea, priva di una concezione realistica del sistema internazionale, ancora regolato da frontiere e sovranità gelose delle loro prerogative di sicurezza, che includono le idee di nemici e di irrazionalità nonché una tettonica delle società e dei sistemi, appare in balìa di un personale politico mediocre e inesperto.
Paragonata alla visione e comprensione europee, la diplomazia e la politica estera di Trump, che appaiono ad alcuni incoerenti e confuse, richiamano invece le iniziative ispirate dalla leadership storica di due ministri d’eccezione, William Pitt e, sulla stessa linea, Winston Churchill. Questi due giganti, vincitori delle contraddizioni e delle guerre europee, misero in crisi due sistemi di alleanze stabiliti, facendo appello al “grande largo”.
William Pitt, Donald Trump e il “rovesciamento delle alleanze”
Per richiamo, il grande ministro che aveva assunto la responsabilità della politica estera della Gran Bretagna nel 1763, data di proclamazione dell’Impero britannico, William Pitt, realizzò un grande sconvolgimento diplomatico in Europa, simile a quello di Trump, rimasto nelle memorie sotto il termine di “rovesciamento delle alleanze”. Questo rovesciamento fu ottenuto mediante la dissociazione dei due teatri principali della Guerra dei Sette Anni: il teatro europeo (la Germania) e le colonie americane del Nuovo Mondo. Una dissociazione che l’analogia storica potrebbe avvicinare a quella di oggi e che valse alla Gran Bretagna il dominio mondiale e l’egemonia dei popoli di lingua inglese sul resto del mondo per tre secoli e fino a noi. Fu la fonte di uno sconvolgimento civilizzazionale, linguistico e culturale, che rischiamo di subire di nuovo, perché si passò dalla civiltà francese del bello e del grande, al servizio dei Re e delle élite colte, alla civiltà moderna, del pratico e dell’utile, al servizio delle masse incolte, alla brutalità rivoluzionaria, egualitaria e democratica.
Pitt operò in somma, come Trump oggi, una dissociazione dei due teatri e dei due contesti, d’Europa e d’America – una dissociazione più desiderabile oggi che ieri, in un sistema planetario interdipendente. Ora l’unità di concezione della politica mondiale esige una distinzione geopolitica tra le grandi regioni del mondo e una multipolarizzazione delle strategie, affinché il Grande Gioco dell’Egemone possa svolgersi sull’interezza della scacchiera planetaria. Un’unità concettuale che gerarchizza l’importanza delle priorità e quella dei grandi attori e principalmente di uno di essi, quello di Kung-fu, in veglia ai grandi crocevia della storia. La conquista del mondo, che si esercitava ieri in Europa, si realizzerà oggi nelle montagne e nelle valli dell’Impero persiano. Qui l’Occidente sarà escluso dal nuovo universo montante, dove il genere umano ricomincerà a parlare e a pensare in un altro idioma, il mandarino, celebrando l’armonia del cielo invece dell’armonia dei Re e delle loro corti.
È di cattivo augurio pensare che l’ascesa o l’affermazione storica della Cina si conquisteranno in Iran e parallelamente, mediante un cumulo di successi militari, in Ucraina, mediante la cancellazione dei paesi europei e della NATO, a Bab el-Mandeb e, per la libertà di navigazione nel Mar Nero, mediante l’azione congiunta delle potenze sunnite (Turchia, Arabia Saudita e Pakistan) e, infine, mediante il duello del secolo tra i due titani dell’Egemone e del Drago celeste nell’Estremo Oriente e nel Pacifico. L’egemonia dell’Impero di Mezzo sarà dovuta allora, in larga parte, all’esaurimento generale dell’Occidente, intervenuto al livello degli spiriti e dei cuori nella totalità incerta dei diversi teatri, dove, in fine, quello dell’Impero montante prevarrà su tutti gli altri, decisivo e vitale, a profitto di una rivoluzione sistemica dalle ripercussioni storiche incalcolabili.